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Social: noi ignari complici di chi lucra sui malati

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L’immagine è strappalacrime, talvolta raccapricciante comunque sempre in grado di attirare l’attenzione. Solitamente ritrae una persona affetta da malattia o disabilità, meglio se i segni dell’infermità siano sconvolgenti, accompagnati da un messaggio studiato per far leva sui sensi di colpa, a centinaia sui social si leggono inviti “acchiappaclick” quali “Nessuno vuole condividermi perché ho questa infermità o menomazione fisica”. Un meccanismo perverso ed efficace. Peccato che, il più delle volte, queste foto non abbiano il fine, più o meno alluso o dichiarato, di sensibilizzare ma dietro di esse si celi un business delle infermità di cui siamo ignari complici. L’aspetto più viscido è che tali post, come tutte le bufale, giocano con luoghi comuni e pregiudizi: il disabile è necessariamente infelice, l’ammalato è un disperato. La realtà (non virtuale) per fortuna ci smentisce, le persone diversamente abili e chi ha dovuto fare i conti con patologie severe ha un attaccamento superiore alla vita e conduce un’esistenza solitamente più piena e consapevole di chi, per ignoranza, li commisera. Come incassano questi avvoltoi? Presto detto. I professionisti del lucro sulla sofferenza pubblicano la foto su uno spazio web. così arrivano  milioni di visite e condivisioni, per guadagnare sui click e sulla vendita di spazi pubblicitari a pagamento. Ogni tipo di interazione o visualizzazione sulla foto, infatti, fa intascare soldi a chi la pubblica. Più ne riceve, più ottiene popolarità e denaro. Difficile quantificare quanto ma stando a quello che hanno confessato i truffatori pentiti, una bufala letta da 500mila persone può portare un incasso di 1.000 euro perché, in media, si ottengono 2 euro ogni mille visualizzazioni, nel breve termine, dato che i post virali hanno  durata ridotta, una settimana o meno, presto sostituiti da altre storie per intristire il prossimo e riempire la tasca. Così prima di condividere elementi a contenuto sociale fasullo, fermiamoci un attimo a riflettere “cui prodest?”.

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